Stendere il bucato su un tetto di Calcutta

E poi ti ritrovi, in qualche modo, sul tetto di una palazzina nel mezzo di Calcutta, a piegare per un’ora di fila lenzuola tessute con i telai da ex malati di lebbra, chiacchierando con amiche spagnole e canadesi.

Questa è una rara foto scattata durante il servizio di volontariato, dato che è necessario tutelare la privacy delle ospiti di Shanti Dan, la casa dove si trovano le donne dai 18 ai 30 anni con disabilità fisiche e mentali. Di tanto in tanto, però, riusciamo a immortalare qualche momento durante le nostre mansioni.

Le mattine scorrono veloci tra il rifare i letti, riempire i secchi di biancheria appena lavata e portarli sul tetto, stendere i panni ad asciugare, preparare le scatole di medicine per la settimana. Poi, finalmente, arriva il momento in cui possiamo stare con le ospiti, circa 50 in totale. Con molte di loro, lo scorso anno e quest’anno, ho instaurato un legame speciale. Alcune non parlano, o riescono a pronunciare solo poche parole, ma ci capiamo lo stesso: ridiamo, giochiamo insieme. Alcune si sono persino ricordate di me, come se non fosse passato un giorno, nonostante il continuo alternarsi di nuovi volontari da ogni angolo del mondo.

Shanti Dan è un mondo diverso, un mondo alternativo. Eppure si trova sulla stessa terra dove c’è il “nostro” mondo. La stessa terra dove gli uomini continuano a farsi la guerra, invece di rendersi conto che siamo tutti fratelli, che siamo tutti la stessa materia. E non sappiamo il motivo per cui io sono io, tu sei tu, e non sei quella ragazza che trascorre la sua vita a Shanti Dan, senza poter vedere e senza potersi muovere, ma che ha solo bisogno di amore, come tutti noi.

Calcutta 2024: cosa ci faccio qui?

Che ci faccio qui? Rispondere a questa domanda non è facile e forse non c’è una linea logica chiara che posso seguire.

Tutto è iniziato l’anno scorso, quando ho chiesto a Susanna, storica volontaria con esperienze in tutto il mondo, che ho intervistato decine di volte, di portarmi in qualsiasi luogo volesse per vivere un’esperienza insieme. Quando mi ha proposto l’India, ho sentito un “clic” dentro di me, e non ho avuto dubbi: partiamo.

Lo scorso anno abbiamo trascorso un mese come volontarie nelle strutture gestite dalle Missionarie della Carità, l’ordine fondato da Madre Teresa di Calcutta nel 1950. Le suore accolgono persone in difficoltà di tutte le età, spesso gravemente malate o con disabilità, strappandole a una vita di miseria, se non dalla morte certa. Ogni giorno,
arrivano volontari da tutto il mondo (non è necessario essere credenti – io non lo sono), e le Sisters li assegnano alle varie case che gestiscono in città per alleggerire, almeno di poco, il lavoro di chi si prende cura degli ospiti, che sono migliaia. È un’organizzazione vasta e complessa, e ne parlerò più approfonditamente.

Questa esperienza mi ha segnata profondamente, al punto che ho deciso di tornare quest’anno, da sola, in un periodo in cui i volontari sono ancora più rari.

Rimarrò qui per un mese, prestando servizio e immergendomi nella cultura indiana, o meglio, bengalese. Cerco di trovare un senso a tutti gli stimoli, spesso contraddittori, che questa città mi trasmette, e che ancora non riesco a decifrare.

Imparare a non provare a controllare quello che non posso controllare: allenamento intensivo

Calcutta – giorno zero

21 settembre 2024

L’India è così. Ti sbatte in faccia la realtà.

Comprendi ciò che ti provoca dentro solo quando smetti di cercare di capire i tuoi pensieri e inizi semplicemente a osservarli. E io lo sto facendo solo ora per davvero, dopo essere tornata qui un anno dopo la prima volta. Ho ritrovato tutto quello che avevo lasciato. È tutto vero.

Ed è così che mi ritrovo a dire a me stessa: “Non puoi controllare quello che vedi. Accettalo e basta”. Osservo questo pensiero. È una voce che viene da dentro, un’autodifesa che cerca di proteggermi. Perchè quello che vedo è crudele, spaventoso, ingiusto, ma “è”. E io non posso farci niente.

Camminare per le strade di Calcutta è come un allenamento ad alta intensità per imparare a non provare a controllare quello che non posso controllare. A non perdere la ragione per qualcosa che non è nelle mie possibilità cambiare.

Non è facile. Non è facile camminare a lato della strada, tra ai clacson assordanti, lo smog, l’odore pesante, il caldo che ti entra nelle vene, e imbattersi in una mamma che prepara da mangiare sul marciapiede, tra alcuni cartoni, rifiuti, cani randagi, un fornelletto a gas, dei teli che fanno da pavimento e da tetto, delle scodelle di metallo, i panni stesi sulla ringhiera che divide la carreggiata di una strada che non dorme mai. E non c’è solo lei. Due passi più in là c’è un’altra famiglia, ancora due passi e ce n’è una terza, una quarta. Sono innumerevoli. E c’è chi non ha nemmeno quello. Tanti dormono a terra, a terra e basta. Tra un negozio e l’altro, tra un hotel e l’altro.

Prima di rientrare in ostello ho quasi calpestato un uomo, che avrà avuto 70 anni. Era lì che dormiva in mezzo al marciapiede, come molti altri si riposava dopo una giornata di lavoro come risciòman.

E io gli cammino a fianco. Non posso salvarlo. Non posso salvare nessuno. Posso fare talvolta un bel gesto. Un po’ di cibo, un sorriso. Posso andare a fare volontariato nelle strutture di Madre Teresa, che sono dei fiori nel deserto. Ma non risolverà nulla, nessuna delle mie azioni. Ma questo non ne annulla la responsabilità.

Alla fine, forse, mi restano tre possibilità:

La prima è impazzire, farmi torturare dal dolore per la crudeltà di questo mondo, temendo non abbia mai fine. Chiedermi ogni istante perchè sono nata in una parte del mondo invece di un’altra, da una famiglia che mi ama, in una casa dove c’è sempre stato del cibo buono e fresco, acqua pulita e tutto quello di cui avevo bisogno. Chiedermi perchè ho avuto la possibilità di avere un’istruzione, di cercare un lavoro che mi rappresentasse, di essere libera e indipendente. Chiedermi perchè ho la possibilità di scegliere, scegliere e scegliere ancora. Scegliere per cosa lottare, scegliere dove andare, scegliere chi amare.

La seconda è far finta di niente. Non chiedersi nulla. Far finta che la mia condizione privilegiata sia una dote innata. Punto.

La terza è quella di accettare quello che vedo, quello che sono, quello che esiste. E non ignorarlo. Parlare con le persone, capire, chiedere. E per quanto possibile, per quanto possa valere, raccontare. Non farsi travolgere, per apprezzare l’infinita bellezza che c’è e proteggerla. Qui, a casa, ovunque. Non perdere la speranza che le cose possano andare un po’ meglio, anche solo un po’.

Un anno, 365 storie.

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Un anno, 365 persone, 365 storie.

Un anno di “Perchè lo fai?”, “Ma ti paga qualcuno?”, “Dove va a finire la mia foto?”.
Un anno di “Ma chi te l’ha fatto fare?” e di “Ma chi me l’ha fatto fare?”.

Un anno di “Mi piace quello che fai”. Un anno di “Non smetterei mai”.

C’è stato chi mi ha preso per pazza, chi ha sgranato gli occhi realizzando quanto è difficile (o semplice) rispondere. C’è stato chi aveva solo bisogno di sentirselo chiedere, chi invece stava facendo di tutto per non pensarci.

C’è stato chi aveva le idee chiare, chi invece era pieno di dubbi. Chi aveva tutto, chi non si sarebbe accontentato di niente.

C’è stato chi ha raccontato dettagli di sé a una sconosciuta che non ha mai confidato ai propri parenti.

La risposta a questa domanda è un po’ come la carta di identità. Quando è stato il turno delle persone che fanno parte della mia vita, la loro risposta non mi ha colto affatto di sorpresa. Mi rendevo conto che non poteva essere che quella, in quel momento della loro vita.

Qui e ora.

C’è stato anche chi mi ha chiesto: “E a te?”. La prima volta è stata una ragazzina, alla fermata del bus, di notte. Mi ha colta impreparata. Sbam.

“Il tempo”. Ho riposto. Ed è vero. Vorrei poter dedicare a ogni cosa che vivo tutto il tempo del mondo. La fretta è la nemica di ogni dettaglio.

Cosa mi mancava per essere felice prima di iniziare? Un superpotere, che adesso ho.

Quello di poter conoscere chiunque, semplicemente fermandolo.

Grazie,

Gaia.

“Quando ho conosciuto tuo nonno non mi fidavo di nessuno”.

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“Quando ho conosciuto tuo nonno non mi fidavo di nessuno. Gli uomini mi facevano schifo, perché mi vedevano con l’abito nero e si facevano strane idee. Così gli continuavo a ripetere: “Mi lasci in pace”.

Lui, però, non mi ha lasciato in pace. Veniva ad aspettarmi sotto il lavoro, ma io uscivo dal retro e scappavo via in bicicletta.

Un giorno mi ha portato al santuario e mi ha detto: “Davanti alla madonna ti prometto che non ti cerco per quello che pensi tu, ma perché ti voglio sposare”.

Abbiamo sempre pensato a lavorare, a preparare da mangiare, a risolvere problemi. Non ci siamo mai fermati a riflettere sul corso del tempo. Non ci siamo mai chiesti cosa fosse per noi la felicità. Ma abbiamo riso tanto insieme“.

***

“When I met your grandfather I did not trust anyone. The men made me sick, because they saw me in a black suit and made strange ideas. So I kept saying to him: “Leave me alone”.

But he did not leave me alone. He came to expect me under the work, but I went out the back and ran away by bike.

One day he took me to the sanctuary and told me: “In front of the Madonna I promise you that I do not look for you for what you think, but because I want to marry you”.

We have always thought about working, preparing food, solving problems. We never stopped to think about our life. We never asked ourselves what happiness was. But we laughed so much together “.

[“Lei sfogliava i suoi ricordi
le sue istantanee
i suoi tabù“] cit.

“Mi piace giocare con le bamboline nella casetta di legno”. 

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“Mi piace giocare con le bamboline nella casetta di legno. 

Mi piace la danza con le calze “tiscivolo”. 

Invece, quando mio fratello mi ruba le cose, quelle che ho io, mi fa arrabbiare”.

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I like playing with dolls in the wooden house.

I like dancing with “tiscivolo” socks.

Instead, when my brother steals things from me, what I have, it makes me angry”.

[“Innamorati di te, della vita e dopo di chi vuoi”] cit.

“Vorrei non sbagliare più”.

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“Perché mi chiedi cosa mi manca zia? Io non lo so.

Beh, mi mancano i videogiochi.

E poi vorrei anche non sbagliare più“.

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“Why do you ask me what I am missing, aunt? I do not know.

Well, I miss videogames.

And then I would also like to make no mistake anymore“.

[“Ogni poeta vende i suoi guai migliori”] cit.

“La fotografia è una ricerca di stimoli”.

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“A me manca vivere in una baita in montagna. Andare in escursione tutti i giorni, in mezzo alla natura a godermi le albe e i tramonti. Chissà, se non ci riuscirò prima, magari ci andrò quando sarò vecchio”.

“Io ne ho diversi di obiettivi, lavorativi e personali. Ma non sono facili da spiegare. Ho iniziato a fotografare ormai tanti anni fa, già quando andavo a scuola. È una cosa che faccio da sempre. Poi è diventato un lavoro, ma è anche qualcosa di più. Per me la fotografia è una ricerca di stimoli che ti danno altri stimoli.

Guarda la prima foto che hai fatto in questo progetto e poi mettila vicino all’ultima. Vedrai cosa è cambiato“.

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“I miss living in the mountains, going hiking every day, in the middle of nature, enjoying the sunrises and sunsets. If I can not do it first, I’ll go there when I’m old”.

“I have different goals, but they are not easy to explain. I started photographing many years ago, when I was at school. It’s something I’ve always done, and then it became a job, but it’s also something more. To me photography is a search for motivations that give you other motivations.

Look at the first photo you took in this project and then put it next to the last one. You’ll see what has changed “.

[“O troveremo una strada o ne costruiremo una“] cit.

“Quello che mi manca è una moto”.

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“Mi manca una moto. Ce l’avevo quando ero ragazzina e mi trasmetteva un senso di libertà, di potermene andare quando volevo.

E adesso avrei bisogno di libertà”.

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“I miss a motorcycle, I had it when I was young and it gave me a sense of freedom, to be able to go when I wanted to.

And now I need freedom“.

[“Non dovremmo negare che l’essere nomadi ci ha sempre riempiti di gioia“] cit.

“Ogni volta che si sceglie si rinucia a qualcosa, inevitabilmente”.

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“Quello che mi manca è senza dubbio il tempo.

Il tempo non si misura in base alle cose che ti piace fare, ma alle occasioni, ai momenti. ci sono giorni in cui avresti mille occasioni, ma non hai la possibilità di coglierle tutte. Quando potresti, invece, non ci sono più.

Me ne rendo conto soprattutto il lunedì, quando non lavoro, perché è il giorno in cui vado a trovare mia nonna, che ha 90 anni.

Lì mi accorgo del tempo che passa e di quanto tutto dipenda dalle nostre scelte. Ogni volta che si sceglie si rinucia a qualcosa, inevitabilmente”.

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“What I miss is time.

Time is not measured on the things you like to do, but on occasions, moments. There are days when you would have a thousand of occasions, but you do not have the chance to catch them all. When you could, however, there are no more.

I realize it especially on Monday, when I do not work, because it is the day I visit my grandmother, who is 90 years old.

There I notice the passing time and how much everything depends on our choices. Every time you choose, you will inevitably come back to something “.

[“Con le nostre discussioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche“] cit.