
E poi ti ritrovi, in qualche modo, sul tetto di una palazzina nel mezzo di Calcutta, a piegare per un’ora di fila lenzuola tessute con i telai da ex malati di lebbra, chiacchierando con amiche spagnole e canadesi.
Questa è una rara foto scattata durante il servizio di volontariato, dato che è necessario tutelare la privacy delle ospiti di Shanti Dan, la casa dove si trovano le donne dai 18 ai 30 anni con disabilità fisiche e mentali. Di tanto in tanto, però, riusciamo a immortalare qualche momento durante le nostre mansioni.
Le mattine scorrono veloci tra il rifare i letti, riempire i secchi di biancheria appena lavata e portarli sul tetto, stendere i panni ad asciugare, preparare le scatole di medicine per la settimana. Poi, finalmente, arriva il momento in cui possiamo stare con le ospiti, circa 50 in totale. Con molte di loro, lo scorso anno e quest’anno, ho instaurato un legame speciale. Alcune non parlano, o riescono a pronunciare solo poche parole, ma ci capiamo lo stesso: ridiamo, giochiamo insieme. Alcune si sono persino ricordate di me, come se non fosse passato un giorno, nonostante il continuo alternarsi di nuovi volontari da ogni angolo del mondo.
Shanti Dan è un mondo diverso, un mondo alternativo. Eppure si trova sulla stessa terra dove c’è il “nostro” mondo. La stessa terra dove gli uomini continuano a farsi la guerra, invece di rendersi conto che siamo tutti fratelli, che siamo tutti la stessa materia. E non sappiamo il motivo per cui io sono io, tu sei tu, e non sei quella ragazza che trascorre la sua vita a Shanti Dan, senza poter vedere e senza potersi muovere, ma che ha solo bisogno di amore, come tutti noi.













